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ArticoliLagyelo - di Fausto Mancosu 30/07/2008Autore: Fausto Mancosu“Si pronuncia “laghielo”,si scrive “lagyelo”.E’ una parola tibetana. Significa”gli dei sono stati clementi”,Io mi sento tibetano,perché la mia cultura,come la loro vive di montagna.Anche Milarepa,che è stato il più grande poeta della montagna,era tibetano.”Lagyelo” è la parola con cui festeggiavo i miei ritorni dalle cime dell’Himalaya.Perché solo gli dei possono accettare che qualcuno salga nel loro regno. Vorrei che tutti gli atleti ai prossimi Giochi di Pechino, o almeno tutti quelli che saliranno sul podio, pronunciassero questa parola...” Questo l’incipit di una bellissima e appassionante intervista a Reinhold Messner pubblicata su La Repubblica, Domenica 6 Aprile 2008. L’ho fatta mia:”lagyelo”, ho esclamato felice subito dopo l’arrivo; non erano le Olimpiadi, non sono salito sul podio,ma Domenica, Aritzo mi ha permesso di salire lassù,ai piedi di quella meraviglia naturale che è il Tacco di Texile, che sin dai tempi del Neolitico prima e dei Nuragici e dei Romani poi, ha saputo attirare l’attenzione e direi quasi il timoroso rispetto che si deve a tutto ciò che ai nostri occhi appare trascendente. Aritzo mi ha permesso di far spaziare il mio sguardo sino alle coste orientali ed occidentali dell’Isola,intuendone i confini;il fascino era tale che alcune volte mi son fermato per godere appieno di tutto ciò che mi circondava…ripidi declivi boscosi su strettissime valli, paesi adagiati nelle loro montagne:Tonara, Gadoni,…illuminati da una splendida giornata di pieno sole ed immersi in un silenzio avvolgente, dove l’unico rumore era spesso quello dei nostri passi negl’impegnativi sentieri ricchi di basolato scisto. “Lagyelo”…ho scritto: perché partecipare con intensità a questi incontri (ben più di una corsa,quindi…) in simili scenari può offrire davvero l’occasione di pensare d’essere un frammento di un culto fantastico e giocoso, protagonisti di un rito…non è forse questo un buon motivo per cercare di essere degni d’ingraziarsi gli dei, di suscitare con le nostre poche ma oneste forze la loro clemenza? Un sussurrare a loro la nostra personale, piccola ma intensa e tenace presenza, benché essa sia d’altronde già mormorata (e tanto!) nelle ore di tutti i giorni…ma che in alcuni momenti sembra condensare per cogliere un’essenza celata e che per ciascuno può parlare una lingua distinta, ha un diverso volto, un opposto valore… ed è allora che abbozziamo con un pezzetto di creta al giorno il nostro Tibet personale, in fondo, qualunque esso sia. Poco importa dell’abilità delle nostre mani, perché ognuno nelle nuvole dei propri sogni scorge cose che altri non vedono…quando si sale sembra di poterle sfiorare, e lagyelo sia. Per tutti. |
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